Per Fabio Pisacane la felicità non risiede nel successo o nei soldi, ma nella vita stessa. Una consapevolezza nata dopo aver conosciuto da vicino la malattia e averla superata. L’allenatore del Cagliari ha raccontato il suo percorso in un’intervista concessa a Il Fatto Quotidiano, spiegando come la sua visione del mondo e del calcio sia stata forgiata dalle difficoltà. “Io ho fatto quello che sognavo: prima il calciatore e poi l’allenatore”, ha detto Pisacane. “La felicità è già tutta qua ed arriva dopo aver quasi conosciuto l’inabilità, essere stato per quattro mesi in ospedale, coma incluso, paralizzato dalla testa ai piedi”.
La radice della felicità
Il tecnico rossoblù ha ripercorso i momenti più duri, quando una grave patologia ha messo a rischio non solo la sua carriera, ma la sua stessa esistenza. Un’esperienza che ha definito la sua prospettiva. “Mio padre chiese ai medici: Fabio potrà giocare? Gli risposero: è già fortunato se continuerà a campare”, ha raccontato. Da quel momento è nata la sua filosofia. “Qui la radice quadrata della mia felicità. Non sono i soldi, il successo, la carriera che pure contano. La felicità è la vita che mi sono ripreso e fare ciò che mi piace fare. Perdutamente”.
Una dichiarazione di intenti
Questo approccio alla vita si riflette nel suo modo di essere allenatore. Pisacane ha identificato un momento preciso in cui la sua identità di tecnico si è consolidata: la partita contro il Milan. “Quella non è stata una vittoria ma una dichiarazione di probità, di integrità, di dedizione. Con quella partita sono divenuto pienamente e definitivamente allenatore”. La sua guida si estende anche alla comunicazione con i giovani della “generazione zero”, come li definisce, con cui interagisce usando il loro linguaggio. “Sono figli dei reels e io so che devo usare la tecnica visiva per interagire”, ha spiegato, menzionando oltre quattrocento incontri con i suoi ragazzi per stabilire un dialogo.
Undici anni in rossoblù
Il legame di Pisacane con il Cagliari e la Sardegna dura ormai da undici anni, un periodo in cui ha continuato a scoprire la bellezza dell’isola. La sua realizzazione è un equilibrio tra vita professionale e personale. “Io sono felice perché ho vissuto due vite, ho conosciuto il male e ora il bene, ho giocato in Serie A, cosa che per un calciatore è il top, e ora alleno in Serie A, cosa che per un allenatore è il top”, ha affermato. La sua felicità più grande, però, resta fuori dal campo: “Sono giunto dove sarei voluto arrivare e sono felice anche perché – e prima di tutto – ho quattro figli, una moglie e una vita da vivere”.




