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Ibarbo, il rimpianto per il Cagliari: “Non sarei mai dovuto andare via”

L’ex attaccante colombiano Victor Ibarbo si racconta: dal mancato trasferimento all’Udinese per il sole al profondo legame con il Cagliari, che definisce “una seconda casa”.

Tornato in Italia per una nuova avventura con il Pontedera, Victor Ibarbo ha ripercorso le tappe della sua carriera in un’intervista a “Serie D 24”. L’attaccante colombiano ha svelato retroscena inediti sul suo arrivo in Italia, esprimendo un profondo legame con il Cagliari e un rimpianto per il suo addio. “La amo, non sarei mai dovuto andare via da lì“, ha dichiarato l’ex rossoblù.

Il no all’Udinese per il sole

Prima di sbarcare in Sardegna, il destino di Ibarbo sembrava essere a Udine. La trattativa con l’Udinese era di fatto conclusa, ma un dettaglio inaspettato cambiò tutto. A spiegarlo è lo stesso giocatore: “Parlando con i miei amici colombiani Cuadrado e Zapata, mi sono reso conto che c’era un problema… in città non c’era il sole, e a me piace troppo il sole. Allora ho chiesto al presidente del Nacional di non andare, ho parlato con Pozzo e mi sono scusato, ma non ce la faccio ad andare dove non esce mai il sole. Avevo 16 anni, non me la sono sentita“.

L’arrivo a Cagliari e il legame con la Sardegna

Poco dopo il rifiuto al club friulano, si fece avanti il Cagliari. L’operazione fu rapidissima, come raccontato da Ibarbo. “Cellino mandò il direttore Marroccu in Colombia per visionarmi, quel giorno avevamo la partita e, mentre ero in campo, si è conclusa la trattativa“. Il club sardo versò anche un indennizzo all’Udinese, chiudendo l’affare in pochi minuti. Un legame, quello con l’isola, che è rimasto indissolubile. “Lì ho lasciato il mio cuore, la amo, per me è una seconda casa e a volte mi pento di essere andato via da lì. L’anno più bello in Serie A il 2011-2012, avevamo una grande squadra. Tutti i miei anni di Cagliari in generale per me sono comunque stati sempre molto belli, sicuramente i migliori della mia carriera. Gli allenamenti di Zeman? Molto molto duri, ma andavamo tutti a mille“.